(Stato d’assedio)
Buenos
Aires meriterebbe mattinate luminose, paese dove il natale
si festeggia in piena estate, e serate dove la luce declini
tardi, dolcemente, per preparare notti di tango nelle tangueiras.
La nostalgia può impastare la gola ed il suo ritmo può misurare
il dolore. Ma le lacrime di quella passione sono melanconiche,
dolci, non irritano gli occhi come il gas sparato dai candelotti
che ti arriva all’incrocio tra Callao e Corrientes, o come
il fumo acre di plastiche bruciate nell’Avda de mayo.
Sarebbe
stata buona cosa la tavolata preparata a Caballito,
gli arrosti delle gigantesche parrillas
che servono la grande sala dei sardi, quel giovedì. Ed invece
Roberto ha tirato fuori la pistola dimenticata in un angolo
da un quarto di secolo, l’ha pulita, l’ha ingrassata, l’ha
caricata, ed ha sprangato la porta di casa e del cortile,
perché dicono che vengono assaltate anche le abitazioni private.
Non li ha visti, gli assalti alle abitazioni, ma nella notte
del cacerolazo ha sentito dei rumori, vicini alla casa, potrebbe essere
stato un saccheggio. Teneva la pistola in mano, ma non è andato
a guardare. Ha aspettato la mattina, poi ha telefonato a tutti
per disdire la festa, cercando congelatori capienti per conservare
la carne di agnello e di vacca, per questa sera non servirà
più.
Tavera
è deluso, la sera, assieme ai pochi amici che non sono stati
avvertiti ed hanno corso il rischio di restare paralizzati
nelle gallerie del Subte o nel traffico, hanno incontrato l’amico che veniva da casa,
magari avrebbe odorato di mirto o di sale per ricordare meglio
la terra lontana.
E
l’amico è arrivato, dopo aver evitato i capannelli dei manifestanti,
e le barriere della polizia, con un tassì che trasmetteva
in diretta i disordini e con un tassista che il giorno dopo diceva che non sarebbe andato
a lavorare, perché temeva lo sciopero generale se lo avessero
incrociato come crumiro per strada con la sua macchina nera
etichettata, temeva che gli avrebbero incendiato il tassi,
come avevano fatto ad altri colleghi nei giorni precedenti.
E’
arrivato quasi in orario, per i tempi che corrono, con un
tassista senza sapere se fosse di destra o di sinistra, perché
lo sentiva triste per quella musica di casseruole che gliene
ricordava un’altra di venticinque anni prima, quando alla
fine erano arrivati i militari, ma neppure sembrava tenero
con la sinistra e neppure con le madri di Plaza
de mayo, diceva che avevano una università per preparare
la protesta e che erano i loro alunni che organizzavano le
manifestazioni nelle strade. Dalla radio del tassista aveva
sentito che il presidente
Della Rua si erano dimesso.
Così
l’amico è arrivato a Caballito,
si è fermato proprio nella via Mendez
de Andes, vicino ad un albero che aveva piantato Federico
Palomba quando era il presidente dei sardi. Lui non lo sapeva
ancora che quella pianta nell’aiuola del marciapiede l’aveva
piantata Barbabianca, glielo avrebbero detto più tardi, e
lui avrebbe commentato: Ah si! Glielo dirò a Federico che
l’ho vista, gli dirò quanto è cresciuta la pianta che lui
ha piantato.
Di
fronte c’era il Circolo, e c’era solo Tavera, all’inizio,
poi ne sono arrivati altri sei o sette di tutte le generazioni,
di quelli che parlavano logudorese, e di quelli che neppure
parlavano bene l’italiano, ma lo capivano, perché erano o
figli, o nipoti, come Franca, che aveva frequentato un corso
di cucina a Cagliari, e le piaceva capire da dove aveva preso
le radici, o come Giulia, che era maestra per pochi soldi,
perché di questi tempi mica sta bene un salariato a Buenos
Aires.
Mi
hanno fatto visitare, con orgoglio, tutto quanto il circolo,
quanto era grande, e quanto era grande l’immenso camino con
due enormi griglie per vitelli, i due saloni, e tutte le fotografie
di ricordi che avevano appese ai muri. C’era anche chi aveva
fatto tutto l’impianto elettrico e me lo descriveva con orgoglio.
Tutto
era bello, mi sarebbe piaciuto rimanere sino a sera, ma si
capiva che fuori dalla porta chiusa continuava il trambusto,
e forse anche di quei ragazzi ne dovevano andare a partecipare ai picchetti per le strade. Perché le casseruole le
battevano tutti, e tutti volevano dimostrare che non avevano
paura di rimanersene nelle strade anche se era suonato lo
stato d’assedio.
L’aria
di fuori si sentiva, si parlava di quello che stava succedendo,
e tutti erano disorientati, rammaricati, spaventati, perché
loro emigrati erano stati bene nell’Argentina, chi un lavoro
e chi un altro, quasi tutti si erano fatta una posizione,
anche Franca, che dopo 20 anni di timbrare cartellini come
operaia si era sposata e diceva con orgoglio che faceva “la
padrona di casa”. Per questo mi è venuto spontaneo consigliarle
di trattarlo bene quel marito che la bentrattava.
Però,
ora, le cose non andavano bene, avevano tagliato gli stipendi,
non gli avevano pagato l’aguinaldo, la tredicesima, oltretutto
non potevano neppure ritirare i loro soldi dalla Banca per
passare buone feste e fare qualche regalo, per via dei provvedimenti
del Ministro dell’economia, Cavallo, che era stato buono per
il governo peronista di Menem, ed era rimasto a galla anche
quando Menem aveva dovuto lasciare il potere ai radicali di
Della Rua, anche quando l’avevano accusato di contrabbando
aggravato per via di certi traffici d’armi con la Croazia.
Ma
quando, subito dopo le dimissioni, aveva cercato di andarsene
negli Stati Uniti con tutta la famiglia, i giudici glielo
avevano ricordato che era inquisito e gli avevano detto che
doveva starsene buono nel paese sino a quando non gli avessero
fatto il processo.
Dei
problemi economici dell’Argentina avevo sentito prima di partire,
per questo mi ero portato addosso un po’ di dollari freschi,
non essendo certo di poter usare le carte di credito.
Le
file davanti alle banche erano stata la prima cosa da osservare,
sin dal primo giorno, di ritorno da Rosario, ad ogni angolo
si presentavano lunghissime code che, a volte, svoltavano
l’angolo e finivano, immancabilmente, davanti ad un Banco.
Solo 250 dollari alla settimana si potevano ritirare, troppo
poco per la classe media, quindi bisognava far la fila per
ritirare la piccola dose settimanale di pesos, e poi cresceva
la paura per quello che sarebbe potuto succedere, perché la
gente leggeva nei giornali che la posizione del fondo monetario
internazionale era inflessibile.
Per
questo tutti cercavano contante, effettivo: in molte vetrine
si incominciava a scrivere che avrebbero fatto sconti, ma
solo a quelli che avessero pagato in contanti. Ma per contanti
intendevano sopratutto i pesos, i dollari me li prendevano,
ma con molta cautela, sempre chiedendo se non avessi pesos,
o un taglio più piccolo per non dover restituire il resto.
Poi
ciascuno pensava a modo suo, perché alcuni esponevano che
avrebbero accettato anche i Patacones, una specie tra le monete parallele
battute dalle Province, ed altri scrivevano nelle vetrine
che invece i Patacones
non li avrebbero accettati, anche se la parola, in argentino,
non prende il significato sospetto gli danno gli italiani
per via di certe assonanze, è solo il nome di una loro vecchia
moneta, perché gli argentini, con tutti i consiglieri economici
che hanno avuto ed hanno, ogni tanto se la cambiano la loro
moneta.
Sarebbe
bello se fosse sempre primavera, la mattina a passeggiare
nei parchi e la sera a ballare il tango. Tutti si chiedono
perché l’Argentina, un paese così grande, con tante risorse
e con pochi abitanti - cosa sono 37 milioni di abitanti contro
il Brasile che ne ha più di quattro volte tanto? – non dovrebbe
star bene.
Ed
invece è piena di debiti sino al collo, così che deve chiedere
prestiti solo per pagare gli interessi dei debiti.
Tavera
è stato veramente molto gentile, mi avrebbe anche voluto accompagnare
all’aeroporto, con tutto il cuore, quando fossi partito, e
mi ha lasciato una bella immagine di questi nostri emigrati
di tante generazioni che fanno a gara, nei circoli di tutta
l’Argentina, per chi organizza le cose più belle.
Eva,
oltretutto, non è neppure sarda, è arrivata bambina dalla
Macedonia ed ancora giovinetta si è sposata ad un sardo.
Eva è arrivata con il marito nel mio albergo, a Rosario, nel
pomeriggio, per dirmi che avevano letto la notizia che avrei
dovuto tenere una conferenza in città scoprendo che venivo
dalla Sardegna. Quindi è venuta ad annunciarmi che sarebbero
venuti anche loro, alla conferenza, e che poi saremmo andati
con un gruppo a cenare nel circolo dei sardi.
Il
circolo era pieno di trofei e di fotografie di tutte le visite
che avevano ricevuto, ed oltre alla carne di porchetto hanno
anche cantato “nanneddu meu”, e tirato fuori liquori
fatti di erbe, e mostrato i costumi del balletto folkloristico,
ed alla fine ci siamo anche fatti le fotografie, e di essere
stanco e di due notti che non dormivo non mi importava niente,
perché era una bella impressione starsene a chiacchierare
tra i ricordi e gli scherzi; anche Ovidio, che invece è un
avvocato di Rosario che avevo conosciuto solo qualche ora
prima, era seduto a tavola e sembrava uno di noi completamente
a suo agio scherzando e ridendo pure lui, come se appartenesse
alla comunità sarda. Anche per questo ci si sente a casa,
nell’Argentina. Per Susana era più naturale, perché lei la
Sardegna la conosce sino nei paesi, ed ha conosciuto il sindaco
di Laconi, che gli è rimasto impresso come una figura mitica.
Poi,
passavo le mattine frugando nelle botteghe di libri usati
o negli antiquari, o passeggiando a zonzo per rivedere cose
già viste e per vederne di nuove. A pranzo andavamo con Susana,
e poi la sera c’era sempre una conferenza da fare da qualche
parte. Ma intanto si sentivano le notizie dei primi disordini,
della gente che dava l’assalto ai supermercati per prendersi
cosa da mangiare, e di qualche supermercato che consegnava
borse con alimenti per evitare il saccheggio, e si vedeva
tutto in tutti i momenti con tre televisioni che trasmettevano
i disordini in diretta 24 ore su 24. I benpensanti dicevano
che non era vero che prendevano solo roba da mangiare, e che
allora, se non era per fame, voleva dire che lo facevano per
essere dei delinquenti. Ma, a me, sembravano tutte persone
normali, molte donne, e quando arrivava la polizia si allontanavano
mogi abbandonando le buste che avevano riempito, ma era sempre
meglio che essere presi dai milicos,
che nei primi giorni sembrava che li allontanassero senza
arrestarli.
Poi
incominciarono a vedersi i padroni dei negozi che tiravano
fuori le pistole ed i fucili per difendere la loro proprietà,
e gli scontri aumentavano.
Quando
siamo andati a Neuquém i segni dei tumulti erano molto più
evidenti. La sede dove avremmo tenuto la conferenza era stata
assaltata il giorno prima ed avevano tentato di incendiarla.
Nei
giornali si discuteva se mantenere la convertibilità tra il
pesos ed il dollaro, o se mantenere solo il dollaro, o se
invece non fosse meglio svalutare il pesos, e ciascuno diceva
la sua, ma intanto continuavano gli assalti ai supermercati
e la gente continuava a fare la fila davanti alle banche,
sino a quando non hanno incominciato rompere la vetrata di
qualche banca ed a distruggere gli sportelli automatici.
Una
sera, dopo la conferenza, siamo andati alla Cumparsita,
per uno spettacolo di tango, con Susana e con Gustavo, che
arrivava dal Cile e che si era subito spaventato perché il
lustrascarpe gli aveva preso 2 dollari per lucidargli le scarpe,
quando a Santiago gli sarebbero bastati al massimo 30 o 40
centesimi, e da questo si capiva la differenza del costo della
vita, e perché l’Argentina si trovava con l’impossibilità
di esportare, avendo i prezzi agganciati al dollaro, mentre
il Brasile si era già svalutato del 100% ed attirava gli investitori
che scappavano dall’Argentina.
Però
l’ambasciata argentina in Italia faceva finta di niente, continuando
ad invitare gli investitori italiani a correre nell’Argentina,
come se fosse il paese di Bengodi.
.
“PERCHE'
INVESTIRE IN ARGENTINA
L'economia
argentina, è entrata in una nuova fase di significativa crescita
economica ( 51,5 % del PIL dal 1991 al 1997), contenimento
dell'inflazione, crescita della produzione, e aumento delle
esportazioni (7,7 % nel 1997) e degli investimenti (27,1%
nel 1997). In questo senso, si può affermare che l’Argentina
risponde ai criteri di convergenza di Maastricht relativi
a livello d’inflazione, debito pubblico e rapporto deficit/PIL.
Il
programma di privatizzazioni, i tagli alla spesa pubblica
e ai dipendenti della Pubblica Amministrazione, e l’eliminazione
dei sussidi esistenti alle aziende del settore pubblico hanno
contribuito a migliorare l’equilibrio dei conti pubblici.
Inoltre,
è stata messa in atto una considerevole riforma delle pensioni,
una maggiore lotta all'evasione fiscale, eliminando quei balzelli
che impedivano, di fatto, un corretto sviluppo economico.
Il
secondo pilastro del programma è stato la ricostituzione dell'economia
di mercato attraverso l'eliminazione del controllo dei prezzi,
salari, tassi d'interesse tassi di cambio e flussi di capitale,
così come l'eliminazione di diversi sussidi.
Inoltre,
la "deregulation" ha eliminato numerose norme che
impedivano le operazioni di libero mercato e ne aumentavano
i costi.
Il
terzo pilastro è costituito dall'aumento degli investimenti
e dalla liberalizzazione del commercio. Le regole sugli investimenti
esteri sono state alleggerite; i requisiti di registro sono
stati eliminati; gli investitori esteri hanno accesso al mercato
del credito locale, e soprattutto non ci sono limiti di attesa
per il rimpatrio dei capitali e dei profitti.
Gli
investitori stranieri sono trattati alla stessa stregua degli
investitori locali. Sono scomparse le restrizioni e i procedimenti
burocratici che intorpidivano senza discriminazioni l'entrata
dei capitali e la tecnologia provenienti dall'estero. Inoltre,
sono stati firmati diversi trattati bilaterali per la promozione
e la protezione degli investimenti con un'estesa lista di
paesi (tra i quali l'Italia).
Si
sottolinea che gli investimenti stranieri diretti fra il 1991
de il 1997 hanno registrato un aumento medio del 18% annuo,
superando i 25.000 miliardi di dollari.
Aziende
straniere possono essere proprietarie del 100% di aziende
argentine e tutti gli attivi possono essere usati per investimenti
nel paese (alcuni requisiti particolari possono essere richiesti
per investimenti in settori come la difesa, le telecomunicazioni,
i mass-media, il settore bancario e assicurativo).
Il
commercio con l'estero è stato alleggerito da quasi tutte
le barriere non tariffarie e i dazi all'esportazione, la struttura
tributaria è stata resa più semplice diventando così meno
onerosa.”
Ed
invece ho incontrato picchetti di lavoratori che chiedevano
al Governo di bloccare le importazioni di scarpe dal Brasile,
perché a causa del minor costo di produzione
sta distruggendo quel che rimane dell’industria calzaturiera
argentina. Eppure,
come dice l’ambasciata, sono stati persino eliminati i dazi
all’esportazione dei prodotti argentini. Che idiozie!
Eravamo
noi tre soli, nel locale, con una bottiglia di vino rosso,
per quasi tutta la sera, così che il cantante si è seduto
davanti a noi per chiederci che cosa avremmo voluto che cantasse,
e la coppia di ballerini ci ha trascinato ad imparare il passo
base del tango. Ma era una sera triste, come è triste il tango,
come non bastava un bicchiere di vino in più per vincere quella
morsa che ti stringe il torace.
La nostalgia e la pena dei primi emigrati, e l’aria
allucinata delle strade semivuote, vicino al Paseo Colòn.
Perché
la città mi era addosso, mi era addosso tutta l’Argentina,
e forse già Susana incominciava a piangere in silenzio, anche
se ancora non avevano dichiarato lo stato d’assedio. Per chi
ha vissuto i militari e l’infinita storia di caudillos che hanno tormentato l’Argentina,
e che ancora non è finita, e per chi cerca di immaginare cosa
possa accadere domani, c’è il vuoto dietro la porta.
Mi
è tornata alla mente l’esule argentina che ho incontrato in
Costarica, molti anni fa, poco dopo la caduta del governo militare, e
che non ho mai dimenticato, si preparava a ritornare per la
prima volta a casa, ed era piena di segni, non solo della
tortura, segni nell’anima soprattutto, ritornava sola, perché
il compagno glielo avevano massacrato i militari e lei era
riuscita a scappare in Italia, aveva quasi paura di ritornare,
e ripeteva in continuazione, in maniera quasi ossessiva, quanto
dovesse essere triste morire e non ritornare mai più. Que triste que debe ser morir y no revolver nunca màs.
Ho
promesso che invierò agli amici di Rosario la registrazione
dello sceneggiato radiofonico di Cristina Maccioni, che racconta
una lunga corrispondenza tra due sorelle, una rimasta in paese
ed una immigrata nell’Argentina, ai tempi della prima guerra
mondiale e degli anni subito dopo.
La
prima sala del nuovo museo latinoamericano di arte moderna,
quella dove sono esposte le opere del primo novecento, è assai
più interessante della seconda, che contiene le opere più
recenti, o forse sono io a non capirne, ma non abbiamo avuto
il tempo per sciogliere l’enigma, perché all’improvviso, nel
pomeriggio, le luci della sala si sono spente, una addetta
ci ha spiegato che il museo chiudeva perché fuori era accaduto
qualcosa di grave, un’altra ci ha detto che si era verificato
un problema tecnico ed avevano da ripararlo, un’altra ancora
neppure sapeva cosa stava accadendo.
All’uscita
– miracolosi telefonini - abbiamo accertato che era stata
la prima ragazza a raccontarci la verità: De la Rua aveva dichiarato
lo stato d’assedio. Ciononostante, fuori, il sole era ancora
alto, la luce trasparente, la gente continuava a camminare
per strada. Cosa vuol dire proclamare lo stato d’assedio?
Come cambia una città quando viene dichiarato lo stato d’assedio?
Il
perché era più chiaro, si tentava di frenare i crescenti disordini
che attraversavano il paese. Ed invece, a poco a poco, la
gente, tutta la gente, ha preso una pentola od un coperchio,
ha incominciato a percuoterli e si è riversata per le strade,
a poco a poco è confluita nella Plaza
de mayo. Il palazzo del Governo era presidiato dalla Polizia.
E’
scesa la sera, e poi la notte, il cacerolazo
penetrava incessante dentro la mia stanza, e la tivù verità
ti portava dentro tutto quello che succedeva fuori.
All’indomani,
all’alba, nell’Avda
de mayo rimanevano i cocci infranti delle
vetrate delle banche, ma anche di qualche locale più innocente,
qualche bastone, qualche mucchio di cenere, e nel locutorio
internet mi son toccati i messaggi preoccupati degli amici
che avevano appena letto i giornali. La notizia aveva già
conquistato la prime pagine dei quotidiani italiani. Dovevo
tranquillizzarli: certo, nessun pericolo, tornerò regolarmente
tra qualche giorno, tutto bene, a parte il disastro di questo
paese, a parte i primi morti, a parte l’incertezza del futuro.
Ma l’importante è che sopravvivano i nostri. Per altri è importante
che tornino i conti, che i debiti siano onorati, che siano
prese misure rigorose. Modigliani, anzi “il premio Nobel Modigliani”,
perché quell’etichetta non gliela leva più nessuno, è più
indisponente del solito, come se le persone non esistessero,
le ricette sono ricette, l’importante è che la crisi non si
estenda ad altri paesi del Sud America, non c’è rischio –
dice lui, lo ripete il Fondo monetario, lo conferma Bush junior
– allora tutto a posto.
Mando
alla “Nuova” un pezzo che non arriverà mai o
che non interessa nessuno: Non dite che è scoppiata una crisi
in Argentina. Non è vero! Questa non è una crisi dell’Argentina,
è solo l’esplosione locale di una malattia sistemica, del
sistema di governo mondiale, è uno sfogo, un grande sfogo,
un terribile sfogo, ma la malattia sta nel fegato, oggi è
esplosa qui, domani esploderà
da un’altra parte. Dettate un problema ad uno studente qualsiasi,
ditegli di partire dai debiti di una famiglia (132 miliardi
di dollari), e di quanti interessi possa produrre quel debito,
poi ditegli quanto è capace di produrre la famiglia (con un
P.i.l. di 232 miliardi di dollari), e che tenga in conto di
come la sua economia non può essere competitiva per essere
ancorata al dollaro, che le imprese vanno via (senza dar retta
all’ambasciata) ad investire dove i costi sono più bassi,
se volete rendere il problema più complicato, ditegli che
il 45% della popolazione vive sotto la soglia della povertà,
e chiedetegli quale sia la soluzione del problema, come se
ne possa uscire.
Per
questo la gente è triste, è la speranza che manca. Forse al
futuro neppure ci pensano quei ragazzi, quelle donne, la classe
povera e, soprattutto, la classe media che scende per le strade.
Forse al futuro neppure ci pensano, quando il futuro è troppo
oscuro, è meglio non avventurarsi.
La
gente chiede solo cose per il giorno dopo, poter ritirare
i propri soldi depositati in banca, aver qualcosa da mangiare
per le feste, e a poco a poco aggiunge la rabbia per i politici
che hanno trascinano il paese in questo stato. Cavallo diventa
il nemico pubblico numero uno, eppure continua a comparire
alla TV come se niente fosse, affermando di ragionare sull’opportunità
di “dollarizzare” il paese.
Gli
industriali preferiscono la svalutazione, dicono che la ricchezza
e la povertà sono fatti relativi, e che uno può essere ricco
anche con denaro svalutato, se all’interno del paese aumenta
il suo potere d’acquisto. Comunque vada a finire, chi ha dollari
o crediti in dollari ne uscirà con pochi danni, e chi, invece,
dovrà onorare i suoi debiti in dollari…
Oggi
è giovedì, e las madres,
come ogni giovedì, si recano in Plaza
de mayo e pretendono di sfilare attorno alla piazza; dicono
ai poliziotti che cercano di fermarle che lo stato d’assedio
non è un motivo sufficiente per interrompere la loro protesta
contro l’impunità dietro la quale ancora si nascondono i carnefici
della dittatura. Quasi solo le bandiere azzurre delle madri
si intravedono tra la folla, quando incominciano ad arrivare
i reparti a cavallo ed i blindati, quando la polizia prende
posizione, carica i fucili con pallottole di gomma, arma i lanciarazzi con il gas lacrimogeno.
Pranziamo
a Belgrano in un ristorante semivuoto, di
fronte il televisore trasmette in diretta le prime cariche
della polizia, si ha notizia dei primi morti. La città comincia
a paralizzarsi. Nascondo le notizie più allarmanti a Susana
ed all’amica, ma abbiamo fretta di rientrare, non è possibile
continuare a starsene così mentre gli avvenimenti precipitano:
Cavallo si è dimesso! Noi prendiamo la linea “D” del Subte, ma dopo due fermate il treno si arresta, ci lasciano per un
quarto d’ora nel sotterraneo con l’altoparlante che dà annunci
incomprensibili. Poi uno comprensibile: la metropolitana chiude,
i cancelli vengono sbarrati, ritorniamo in superficie.
Troviamo
un tassì, con un altro tassista triste che continua viaggiare
su e giù senza neppure sapere perché. Naturalmente non potrà
arrivare alla piazza De los Dos Congresos. Accompagnerà a casa Susana. Io scendo ad Ayacucho, cercherò di arrivare a piedi
superando i blocchi. Arrivo all’Avda
Callao e prendo a scorrerla. Via via che attraverso le quadras, già a partire da Corrientes incomincio ad incontrare i resti
della distruzione. Tutte le vetrate delle banche sono infrante,
molti distributori automatici di banconote sono distrutti,
qualche filiale è devastata anche all’interno, nelle stesse
condizioni sono anche i Mac Donalds, negli incroci sono ancora
accesi i falò.
Sembra
che la devastazione sia selettiva, ed invece scorgo i segni
anche di qualche negozio preso di mira. Musimondo
è devastato, gruppi di assalitori sono penetrati dentro
ed hanno incominciato a portar via computer, stereo, cd. Ma
i vicini si sono organizzati ed hanno dato la caccia agli
assalitori, non potendoli fermare diversamente, hanno colpito
con bastoni gli oggetti portati via, li hanno distrutti perché
gli assalitori non potessero trarre alcun beneficio dalla
loro devastazione.
Negli
incroci sono ancora accesi i falò. Incominciano a bruciarmi
gli occhi, il gas è arrivato sin qui e si fa sempre più intenso.
Quando arrivo in piazza trovo la polizia schierata a difesa del palazzo
del Congresso. Più in là i manifestanti hanno divelto alcune
panchine dai giardini e le hanno piazzate al centro della
strada a mo’ di barricata. Svuotano i cestini dei rifiuti
e gli danno fuoco. Arrivano soprattutto dall’Avda de
mayo, giovani e donne, i più giovani a dorso nudo, utilizzano
la magliette per proteggersi dal gas. Dalla grata di una farmacia
chiusa per precauzione, un farmacista passa un paio di mascherine
ai ragazzi perché si proteggano dal gas.
Poi
al centro della piazza arriva uno striscione del Partido
obrero, rapidamente si crea un capannello, un dirigente
sale sopra una panchina e brandendo un megafono improvvisa
un comizio.
Quando
incominciano a sentirsi le esplosioni dei proiettili mi allontano,
mi infilo per strade laterali, ad ogni incrocio spuntano gruppi
di manifestanti che fronteggiano, a distanza, la polizia.
Un mezzo della polizia diventa oggetto di una sassaiola, accende
la sirena e si allontana.
Fuori
dall’epicentro ci sarà ancora un tassì che mi porterà a Caballito: Il presidente De la Rua si è dimesso, ha abbandonato la
Casa Rosada in elicottero, una fuga, ma
il giorno dopo tornerà per abbandonarla per l’ultima volta,
più dignitosamente, in auto.
Ma
non c’è dignità. Solo politici corrotti, sindacati
che la voce del popolo descrive come mafiosi, inquisiti
che, come se niente fosse, si ripresentano come salvatori
della patria.
In
tutte le edicole campeggia la copertina di una rivista che
non smette di perseguitarmi da quando sono arrivato in questo
paese. Il titolo è allettante: Come fare soldi durante la crisi!
Del
resto durante la crisi, durante le guerre, durante le rivoluzioni,
la gente continua a vivere, è una triste necessità. Hanno
rinviato la finale di calcio, il Racing sarà campione argentino
con un po’ di ritardo, ma del resto aspettava questa occasione
da 35 anni, qualche settimana in più non rovinerà la festa
degli hinchas. La Fiat se ne va, come tante altre
industrie, il Brasile rimane indifferente. Gli Argentini speravano
– per la verità timidamente – in segnale di aiuto da parte
dell’Europa. Perché? Esiste un’Europa capace di intromettersi
nel cortile degli Stati Uniti?
Mi
affaccio in aula per vedere se il ragazzo riuscirà a risolvere
il problema. Vedo che non riesce a trovare alcuna via d’uscita
per risollevare le sorti della famiglia indebitata. Però mi
propone di cambiare il problema, afferma, e sembra sicuro
di sè, che se gli chiedo come si possano far soldi durante
la crisi qualche soluzione riuscirà sicuramente a trovarla.
Il
giorno dopo tutto sembra tranquillo, incominciano a ripulire
le strade: se non c’è un Governo contro chi si protesta? Domani
eleggeranno Rodriguez Saà, già si presenta con il più classico
armamentario del peronismo. Ma le banche sono ancora chiuse,
le restrizioni al
ritiro di denaro ancora in vigore, molti negozi non hanno
ancora riaperto i battenti, i vetrai fanno affari doro, i
commercianti saccheggiati piangono
Dicono
che un commerciante orientale si sia persino suicidato, ma
non è vero, lui si incazzerà perché la notizia arriva sino
al suo paese e getta nel panico la sua famiglia. A decine
sono morti davvero. Ora però lo stato d’assedio è stato ritirato
in gran parte del paese.
Tutto
sembra in pace, prima della prossima esplosione, anche il
Fondo monetario internazionale, per il momento, tace. Andiamo
ad assistere ad uno spettacolo di tango nella casa di Homero
Manzi.
L’indomani
vi è parvenza di normalità, telefono a Tavera, che si era
preoccupato per me, ho voglia di rivederli questi amici, anche
se di molti non ricordo neppure il nome. Ribadisce che se
voglio mi accompagnerà all’aeroporto, di cuore. Invece andrò
con l’Alfa Romeo della ditta delle piscine, l’ultimo saluto
dovrà essere per Susana.
Gianni Loy
25-26 dicembre
2001